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Reacher rischia di diventare una serie iconica

Reacher rischia di diventare una serie iconica. Evitando le cultural wars, la serie fa stragi di pubblico e critica per divenire un classico. Thriller per forma e western nell’anima, Reacher si tiene ben distante dai social e dalle loro polemiche, per riadattare agli anni 2020 lo spirito de “Gli Spietati” di Clint Eastwood.

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Reacher rischia di diventare una serie iconica. Evitando le cultural wars, la serie fa stragi di pubblico e critica per divenire un classico. Thriller per forma e western nell'anima, Reacher si tiene ben distante dai social e dalle loro polemiche per riadattare agli anni 2020 lo spirito de "Gli Spietati" di Clint Eastwood.
Crediti foto reacherprimevideo Instagram

Reacher è una serie tv prodotta da Amazon Prime, tratta dai thriller bestseller di Lee Child. Partita con la prima stagione nel 2022, l’ultimo episodio della terza stagione è stato appena pubblicato da Prime, salutato da recensioni entusiastiche da parte della critica e da ottimi ascolti. Come mai si parla così poco di questa serie che pure ha un grosso successo? Semplice, perché evita come la peste ogni argomento virale sui social per tirare dritta per la sua strada, rischiando così di divenire un classico. Vediamo che accade.

Tutto muscoli e molto cervello

Jack Reacher è un ex ispettore militare che ha scelto di congedarsi dall’esercito, per vivere una vita all’insegna del nomadismo e dell’assenza di legami. Reacher è un mix fra un esperto di arti marziali/armi da fuoco e Sherlock Holmes: atletico e resistente, è nel contempo razionale ed estremamente intuitivo, qualità che lo rendono un eccellente investigatore, oltre che una letale macchina da guerra. Ogni serie inizia sempre dallo stesso incipit: Reacher è chiamato controvoglia ad indagare su un caso che richiama traumi del suo passato militare, passato che vuole dimenticare. Nelle puntate l’analisi di dati e indizi è bilanciata da scene action, creando uno strano ibrido fra thriller, action, investigativo e western che funziona alla perfezione.

Quando l’attore cresce col suo personaggio

Ad interpretare Jack Reacher è Alan Ritchson, attore formatosi con le serie e i film blockbuster di supereroi e qui approdato ad un ruolo più complesso e sfaccettato. Il rapporto fra Reacher e Ritchson è di progressiva simbiosi: ad ogni nuova serie la confidenza dell’attore col personaggio aumenta, tanto che ad oggi è difficile immaginare un Reacher che non sia interpretato dall’attore-modello statunitense. La sua interpretazione è tale da aver fatto dimenticare i due film in cui Reacher è stato impersonato da Tom Cruise (“Jack Reacher – La prova decisiva” e “Jack Reacher – Punto di non ritorno”), e scusate se è poco.

La tecnica del successo

Le tre stagioni di Reacher si segnalano per qualcosa che rimane sullo sfondo, e che si comprende solo alla fine: sono tecnicamente fatte bene. Abituati a a megaproduzioni con CGI traballante, personaggi secondari macchiettistici, buchi di trama e location/costumi al risparmio, ci siamo dimenticati quanto il comparto tecnico sia fondamentale per il godimento dello spettatore. Reacher fa dei personaggi secondari ben recitati e approfonditi psicologicamente e delle scene action girate con tutti i crismi il suo punto di forza. Questo spiega i 120 milioni a serie investiti da Amazon, soldi ben spesi dato i numeri di streaming.

Il classico non passa mai di moda

A questo punto è lecito chiedersi cos’abbia Reacher da valere un investimento così importante, tanto più che è una serie ignorata dai trend social. La risposta è che Reacher ricerca il classico: snobbando volontariamente le cultural wars che affliggono gli USA, la serie aggiorna agli anni ’20 del 2000 la figura tipicamente statunitense dello sceriffo che solo contro tutti impone la sua idea di Giustizia. Una Giustizia intesa in senso universale e senza pietà, che non disdegna il sadismo e perfino un tocco di crudeltà, perché è la giustizia comminata dall’uomo retto ai malvagi che si fanno beffe della legge e dei deboli. Il compito del giusto è quindi punirli in questo mondo (lasciando ad un eventuale Dio farlo pure nel prossimo). Per quanto possa sembrare strano ad un orecchio italiano, è l’idea di Giustizia centrale nell’Antico Testamento, e nella quale l’america profonda si riconosce.

Western is a state of mind

Proprio per questo Reacher a livello di contenuti, più che di forma, è un western nell’anima. Un western spogliato dal machismo tossico, dal razzismo e dallo stereotipo che divide le donne fra sante e puttane, e aggiornato all’oggi. Jack Reacher se ne frega del colore della pelle, dell’orientamento sessuale, del genere e di tutto ciò che fa le gioie degli amanti delle cultural wars, perché il suo metro di giudizio è solo quanto il singolo ami la giustizia. Qui la lezione de “Gli spietati” di Clint Eastwood è stata perfettamente assimilata: Reacher non è solo una macchina da guerra e un giustiziere, ma anche un uomo con le sue fragilità e l’incapacità di curare i suoi traumi. E’ tormentato dai suoi demoni familiari e lavorativi, e ammette di non riuescire ad affrontarli se non punendo i malvagi.

Il futuro

Finita con il botto di pubblico e apprezzamento della critica (sfiori su più testate perfino il 10/10), Reacher è stato confermato per la quarta stagione. Difficile immaginare che qualcosa possa andare storto, dato che le fondamenta sono solide e il team affiatato. La scelta di produrre poche puntate a stagione (8) e dalla durata tra i 40 e i 50 minuti, è un modo per evitare che il prodotto stanchi e lasci intravede le inevitabili smagliature in termini di sceneggiatura. Quindi a meno non ci siano disastri o crolli improvvisi d’ispirazione e budget, la quarta stagione si preannuncia l’ennesimo successo. Perché in fondo questa è l’essenza del classico: un prodotto che funziona sempre, e necessita solo di piccoli aggiornamenti per essere di nuovo lo standard a cui tutti guardiamo.

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